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L’indispensabile superfluo. Il Déco e la nascita del gusto italiano in mostra a Forlì

March 15, 2017

 

Va in scena in questi giorni a Forlì un’importante mostra sull’Art Déco, dal sottotitolo “Gli anni ruggenti in Italia” per evidenziare che si è trattato di un periodo di breve durata ma particolarmente intenso e dirompente da lasciare enormi strascichi.

 

Ho avuto l’opportunità di essere accompagnata in visita dal curatore, il professor Valerio Terraroli, che ci ha illustrato le ragioni per cui ha sentito la necessità di realizzare un’ennesima mostra sul Déco dopo quelle degli ultimi anni (Roma, 2004, Chiostro del Bramante, Rovigo, 2009, Palazzo Roverella).

 

Il primo intento è stato quello di circoscrivere il più possibile l’ambito cronologico in cui collocare il Déco, un fenomeno fugace che è durato una decina d’anni, dal 1919 al 1929.

 

Quindi, si è voluto mostrare al pubblico il livello qualitativo, l’originalità e l’importanza che le arti decorative moderne hanno avuto nella cultura artistica italiana. Il termine Déco, infatti, non è soltanto una mera etichetta ma è un modo di sentire, un modo di affrontare e rappresentare la realtà.  L’esposizione  evidenzia il più possibile la commistione delle arti, cercando di abolire il divario tra arti maggiori e minori poiché il Déco ha coinvolto tutte le discipline: dalla ceramica, alla pittura, alla scultura, agli arredi fino all’oreficeria.

 

In ultimo, si è voluto evidenziare che il Déco non è soltanto il “divertissement” di una piccola fetta della borghesia, ma è anche il fondamento di un sistema produttivo, di un'economia. Il “Made in Italy”, che ancora oggi tutti ci invidiano, è nato in quest’epoca. È in questi anni che il gusto italiano è diventato “il gusto” per antonomasia.

 

L’opera, che apre la mostra, vuole esplicitare tutti questi concetti.

 

Si tratta di una ceramica progettata da Gio Ponti e modellata da Gigi Supino. Ponti, che con questo lavoro esordisce come designer e direttore artistico della Richard Ginori, non crea un pezzo unico ma seriale essendo realizzato a stampo e poi smaltato. 

 

È un busto femminile all’antica, che  ricorda l’Athena Lemnia, rivisitato però da Ponti in chiave ironica e moderna, infatti la donna è truccata e sorridente. Il decoro è sì floreale ma non ha più nulla a che fare col Liberty. I fiori e le foglie sono ridotti a un’astratta schematizzazione, il colore blu li allontana ancora di più dal naturalismo; ma soprattutto il decoro diventa più importante della scultura stessa. È un soprammobile, perché riproducibile in serie, ma al tempo stesso è un’opera d’arte che fa tesoro delle opere antiche e le trasporta nel quotidiano. Questo è il Déco.

 

La relazione con il Liberty, che precede cronologicamente il Déco, è dapprima di continuità, poi di superamento, fino alla completa contrapposizione.

 

Questa contrapposizione è ormai esplicita nel dipinto di Mario Cavaglieri, Piccola russa, un’opera che non ha più niente a che fare col Liberty in quanto gli oggetti, come la tovaglia e la pelliccia, sono ormai preminenti rispetto al ritratto e sono resi con un effetto ornamentale così forte da farli diventare i veri protagonisti dell’opera.

 

 

Siamo nel periodo delle grandi Esposizioni Universali, le più grandi vetrine in cui ogni paese espone le opere più importanti che produce dal punto di vista industriale e artistico. L’Italia è stata la prima a pensare di dedicare una Esposizione Internazionale alle Arti Decorative e sarà Torino, nel 1902, ad ospitarla. Dopo Torino, è la volta di Monza che nel 1923 organizza una nuova Esposizione di Arti Decorative.

 

Nel 1925 è quindi la volta di Parigi che organizza un’esposizione gigantesca, l’Exposition Internationale des Arts Décoratifs et industriels modernes. A Parigi vanno le manifatture più importanti d’Europa, manifatture industriali che hanno un coté artistico.

 

L’Italia a Parigi vince la medaglia d’oro per la ceramica con Gio Ponti che con la Richard Ginori aveva presentato due pezzi straordinari, uno dei quali è in mostra a Forlì, La Casa degli Efebi.

 

Si tratta di uno dei capolavori assoluti della  mostra, un oggetto delicatissimo e preziosissimo mai prestato prima d’ora (il suo compagno purtroppo non ha potuto lasciare il Museo di Doccia in quanto parzialmente danneggiato).

 

 

Con questo vaso color blu pavone (uno dei colori maggiormente esaltati dal Déco, insieme all'oro, al bianco e al nero), Ponti coniuga perfettamente novità e tradizione. Si tratta di una moderna rivisitazione degli otri di terracotta toscani utilizzati per raccogliere l’olio, gli sproni laterali richiamano le corde che servivano per agganciarli e trasportarli. La Casa degli Efebi rappresenta la nuova Italia che sta nascendo, uno stato moderno che sorge sulla scorta della tradizione. I costruttori sono dei giovani efebi cioè dei fanciulli in cui converge l’elemento maschile e femminile, altro tema caro al Déco, quindi un’umanità che ha un’ambiguità di fondo che inquieta ma che al tempo stesso seduce.

 

Questa è l’eleganza italiana, qui si fonda il nostro “mood”, la capacità cioè di mettere insieme classicismo, storia e modernità sotto l’egida di un gusto, di un modo di sentire che esploderà in questi anni in maniera travolgente.

 

Il curatore, Valerio Terraroli, parla volutamente di gusto e non di stile perché lo stile ha una connotazione teorica e ideale precisa. Il Déco, invece, sarà un’espressione artistica che rifiuterà categoricamente l’impegno politico e ideale (in mostra, fateci caso, non c'è traccia del Fascismo).

 

Questo vaso straordinario proviene dal Museo Richard Ginori della Manifattura di Doccia, manifattura storica della porcellana italiana di inizio 1700. Occorre fare, a questo punto, una breve ed amara riflessione.

 

Il Museo di Doccia, ubicato a Sesto Fiorentino, raccoglie testimonianze eccezionali della produzione in Italia dello storico marchio Richard Ginori con pezzi unici per qualità, firma e design; pezzi che hanno segnato la storia dell’arte non solo italiana. Il Museo purtroppo è chiuso dal 2014 ed è a forte rischio degrado. Un patrimonio italiano eccezionale che deve assolutamente essere salvaguardato. A questo link le ragioni della sua chiusura.

 

Ma torniamo alla mostra. Nel 1925, a Parigi, l’Italia vince un’altra medaglia d’oro con Alfredo Ravasco il principe degli orafi, apprezzatissimo in tutta Europa, a cui è dedicata un’intera sala dell’esposizione, la sala dell’Ebe di Canova. Le oreficerie di Ravasco, realizzate  con i metalli e le pietre più preziose, si ispirano al Rinascimento italiano e diventano porta gioie, svuota tasche, centri tavola, ferma carte. Straordinario a dir poco è il centro tavola realizzato per la famiglia Necchi  Campiglio per la villa progettata da Portaluppi. Raffinatezza, sapienza e tradizione qui si fondono egregiamente.

 

Un tema ricorrente in mostra è quello del femminile. La donna déco è una donna decisa e consapevole del suo nuovo ruolo.

 

Com’è questa donna? È la donna-diva come Wally Toscanini, figlia del celebre direttore d'orchestra Arturo, ritratta da Alberto Martini durante una serata in costume vestita da regina di Saba, altro mito del Déco. Wally è perfettamente a suo agio, cosciente della sua bellezza, della sua profonda carica erotica e del suo status sociale.

 

 

È la donna moderna, che guida la macchina, che fuma in pubblico e che indossa il basco.

 

Anche l'automobile è femmina in questi anni. Possedere una Isotta Fraschini significa possedere una vera e propria opera d’arte: fu così che regnanti, politici e personaggi dello spettacolo si misero letteralmente in fila per averne una nel proprio garage. Neanche il poeta Gabriele d’Annunzio, grande appassionato di motori, risultò immune al fascino dell'Isotta Fraschini. L'auto, che il Vate si fece appositamente realizzare color blu pavone, era un’esaltazione del suo superuomo e della velocità, oltre che della bellezza.

 

Un’intera sezione è dedicata alla natura e al mito di Orfeo.

 

Orfeo è l’umano in grado di suonare in modo paradisiaco incantando con la sua musica gli dei, gli uomini e gli animali. Orfeo trasforma la bestialità in poesia. Mutatis mutandis, per la cultura degli anni Venti è l’arte ad avere questo ruolo. L’arte trasforma gli istinti animaleschi in bellezza.

 

La visione della natura negli anni Venti non è più quella di inizio Novecento, non è la natura organica, avvolgente, creativa dell’Art Nouveau ma è una natura violenta ed istintiva. Gli animali sono rappresentati nei momenti più feroci o in quelli più teneri.

 

In questa sezione troviamo, per la gioia dei visitatori più piccoli, un numero altissimo di sculture di animali di Sirio Tofanari per la prima volta esibite insieme. Tofanari è stato senza dubbio lo scultore animalier più importante di questi anni, le sue opere erano apprezzatissime non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti. I suoi animali venivano collocati negli atri dei palazzi dell’alta borghesia per stupire lo spettatore. La mostruosità diventa così un capolavoro di bellezza, la brutalità diventa paradossalmente seducente e affascinante. Tutto viene ammansito dall’arte.

 

La Mano della Fattucchiera di Gio Ponti, che apre e chiude la mostra, costituisce una delle possibili evoluzioni del Déco.

 

 

Ponti, il fil rouge che attraversa tutta l’esposizione, nel 1930 lascia la Richard Ginori ma viene richiamato nel ‘35 per una mostra a Parigi sull’arte italiana dell’Otto e Novecento. Ponti propone una serie di prototipi di mano, che poi non verranno realizzati perché troppo costosi. La mano di porcellana era un oggetto industriale realizzato dalla Ginori per essere venduto alle fabbriche che producevano i guanti di gomma, quindi era lo stampo per i guanti di gomma. Stampi che ovviamente non avevano alcun valore estetico ma che Ponti trasforma in opere d’arte. In particolare, la Mano della Fattucchiera viene rivestita in lamina d’oro e incisa con la punta d’agata di segni cabalistici da Elena Diana, la doratrice più brava della manifattura di Doccia. È un oggetto del tutto inutile ma è un oggetto divertente, ironico, di cui nessuno farebbe a meno, se potesse possederlo, perché semplicemente meraviglioso.

 

 

Invochiamo un po' di bellezza per addolcire, per arricchire, per nobilitare l'aspra vita quotidiana con il sorriso del divino, del solo indispensabile superfluo" - Margherita Sarfatti, 1925

 

 

 

 

La mostra è curata da Valerio Terraroli, con la collaborazione di Claudia Casali e Stefania Cretella, ed è diretta da Gianfranco Brunelli. Il prestigioso comitato scientifico è presieduto da Antonio Paolucci.

 

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI MOSTRA

tel. 199.15.11.34
riservato gruppi e scuole
tel. 0543.36217
artdeco@civita.it
www.mostradecoforli.it

 

ORARIO DI VISITA

da martedì a venerdì: 9.30-19.00

sabato, domenica, giorni festivi:
9.30-20.00.
La biglietteria chiude un’ora prima
Lunedì chiuso, tranne 17 e 24 aprile e 1 maggio

 

Segreteria organizzativa
Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì
Ufficio mostre:
0543 1912030-31

Catalogo:
SilvanaEditoriale

Ufficio Stampa
Studio Esseci di Sergio Campagnolo

 

Avvertenze relative al copyright delle immagini 

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