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Nel BLU dipinto di grigio. Bologna scopre la street art

March 18, 2016

 

Un picnic in sala da pranzo è ancora un picnic, o è una cena? Una mostra di street art che strappa le opere dalla street e le espone nello spazio chiuso di un museo, mostra ancora street art o qualcos’altro?”

 

È quello che provocatoriamente si chiede Michele Smargiassi nel suo blog Fotocrazia.

 

Oggi a Bologna, nella prestigiosa cornice di Palazzo Pepoli, inaugura una mostra che ha già fatto discutere e che farà discutere  ancora per molto: “Street Art. Banksy & Co. L’arte allo stato urbano” promossa da Genus Bononiae, potente istituzione culturale presieduta da Fabio Roversi Monaco, ex rettore dell'Università, ex numero uno della fondazione Carisbo nonché presidente di Banca Imi.

 

Roversi Monaco, con questa mostra, ha deciso di cambiare destinazione d’uso a dei murales di strada con l’intento di salvaguardarli dal degrado. Li abbiamo salvati, dovrebbero ringraziarci, così avrebbe ammesso l’ex rettore in una recente intervista. Un intento che appare più squalesco che di reale tutela. Soprattutto considerando chi e cosa rappresenta Roversi Monaco per Bologna e i bolognesi.

 

Roversi, che oltretutto è un esperto di giurisprudenza, sa che il diritto d’autore appartiene agli artisti che realizzano i murales, ma sa anche che le opere, quando dipinte illegalmente su muri privati, sono dei proprietari del muro, i quali hanno autorizzato i restauratori a staccarle e a portarle vie.

 

Blu, artista marchigiano segnalato nel 2011 dal Guardian come uno dei dieci migliori street artists in circolazione, si è trovato suo malgrado nel cartellone di questa mostra,  e i giorni scorsi ha cominciato a coprire alcune sue opere in città in segno di dissenso.

 

L’opinione pubblica si è divisa tra chi sostiene a spada tratta il gesto eclatante di Blu, definendolo potente e straziante, e chi invece non lo condivide considerandolo puerile e istintivo.

La posizione di Blu è stata riassunta in un comunicato redatto dal collettivo di scrittori Wu Ming in cui si sostiene che di fronte all’accaparramento occorre agire per sottrazione. Spesso dobbiamo sentire la mancanza di qualcosa per capire quanto sia importante per le nostre vite”.

Qui il testo integrale.

 

D’altronde Blu non è nuovo a simili azioni. Già un anno fa cancellò un suo gigantesco murale a Berlino in una zona destinata a rapido imborghesimento, per il semplice motivo che “il contesto urbano era cambiato ed era ora di cancellarlo”. Blu, oggi a Bologna,  ha fatto lo stesso, perché modificare quelle opere con una mano di grigio, nel posto dove stavano, è ancora parte della loro storia, mentre esporle in una mostra a Palazzo Pepoli, no.

 

I murales devono essere considerati opere vive, in divenire, che interagiscono quotidianamente con la collettività, e a seconda delle trasformazioni della società si adattano, altrimenti sarebbero mere decorazioni.

In tal senso, il gesto eclatante di Blu è un perfetto esempio di adattamento dell’opera al contesto in cui essa si trova.

E il fatto che sia stato l'artista stesso, insieme a una libera comunità di persone, a cancellare i murales, non significa che Blu abbia voluto rivendicare la proprietà dei murales, anzi l’opposto. Il gesto poteva essere fatto da chiunque altro ed avrebbe avuto la stessa valenza e potenza.

 

Ma cos’è esattamente la street art?

 

Come spiegano gli scrittori Wu Ming, l’opera della street art è un insieme di più elementi. È composta innanzitutto dal murale, poi dal muro, poi dall’edificio, poi dal quartiere che gli gravita intorno, infine, dalla gente che passa. Il collettivo scrive:C’è un motivo preciso per cui l’artista sceglie un muro e non un altro, un quartiere e non un altro, una città e non un’altra, per farci quel disegno e non un altro. L’opera è tutt’uno con quell’ambiente. Se stacchi il murale dal muro, hai già distrutto l’opera, non ce l’hai più, ne hai lo spettro bidimensionale e decontestualizzato”.

 

Quella di Blu è stata una vera e propria performance.

 

Nella street art l'artista non vuole imporre il suo nome, ma intende creare un'opera d'arte che si contestualizzi nello spazio che la circonda, creando un impatto e interagendo con un pubblico diversificato, che peraltro non ha scelto di visionare l'opera. Il concetto è riconducibile all'idea di performance nata negli anni Settanta, con l'aggiunta del tentativo di proporre un'opera duratura, che non sia ufficiale né richiesta”. Cit. @Graffiti Nel Mondo

 

Concludo citando ancora una volta Michele Smargiassi: Volete salvare la street art rispettandola? Fotografatela. Altrimenti, cosa l'abbiamo inventata a fare, la fotografia?”.

 

Così ho seguito il suo consiglio. I giorni scorsi mi sono recata a Comacchio non solo per mangiare l’anguilla ma per cercare le opere di Blu realizzate dall’artista in occasione dello Spina Festival del 2005, 2006 e 2007. Un festival dedicato all’arte di strada, ma anche ai video, alla fotografia e alle installazioni.

 

Bellissimi, a mio avviso, sono i lavori che si sviluppano lungo un muro di cinta di un quartiere di case popolari in mattoni rossi. Non sembra nemmeno di essere a Comacchio ma in una qualsiasi periferia inglese.

 

 

 

Oltre a Blu, in Via Spina, hanno lavorato artisti del calibro di Ericailcane e Lucy McLauchlan, realizzando un’opera unica e coinvolgente dove animali, reali e fantastici, condividono lo spazio con corpi umani sezionati ed intrecciati in un dialogo, surreale ed evocativo, che denuncia l’avidità del denaro, la mostruosità del consumismo, la brutalità della guerra.

 

Questi disegni sono belli qui, in questa strada, in questo quartiere, lungo questo muro. Sono un tutt’uno con gli abitanti del posto rendendolo in qualche modo unico. Per questo l’arte di strada può essere preservata solo assieme al contesto in cui è nata. Altrove non ha ragione di esistere.

 

Andateli a vedere prima che il tempo li cancelli o che un qualche Roversi Monaco li rinchiuda in un museo.

 

(Altri lavori di Blu, a Comacchio, si possono vedere in via Fattibello, dietro le scuole, e in via Marina, la strada che collega Comacchio a Porto Garibaldi).

 

 

 

 

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