Corrispondenze. Da Ravenna a Vincent City per colpa del mosaico

December 27, 2017

1/1
Please reload

Copyright © 2016 All rights reserved 
  • Grey Instagram Icon
  • Grey Facebook Icon
  • Grey Twitter Icon

A Firenze dietro le quinte del fare

February 4, 2016

“Quanto poco valgono le conoscenze e l'abilità tecnica di fronte all'uomo capace di vero sentimento!”.

 

dal romanzo "Camera con vista" di Edward Morgan Forster.

 

Correva l’anno 1990, ultimo del Liceo, era giunto il momento di iscriversi all’Università e prima ancora di decidere quale Facoltà avrei frequentato, scelsi la città in cui avrei voluto trasferirmi. Sì perché a 18 anni Ravenna mi stava tanto stretta, una città di provincia dove non c’era mai niente da fare, dove la sera le strade erano deserte, per non dire desolate, e dove ormai (dopo ben 18 anni di vita alle spalle!) sentivo di conoscere tutto e tutti…

 

La scelta del luogo fu dettata da una motivazione, se ci penso oggi, tanto bizzarra quanto ostinata. La città dei miei studi universitari sarebbe stata Firenze. Quella Firenze luminosa e romantica che mi aveva letteralmente incantato grazie al film di James Ivory, Camera con vista, tratto dall’omonimo romanzo di Edward Morgan Forster, uscito da poco nelle sale italiane e premiato con tre Oscar.

 

La protagonista è Lucy Honeychurch, interpretata nel film da Helena Bonham Carter, un'ingenua ragazza inglese in viaggio in Italia con la cugina Charlotte, zitella e bigotta, per un soggiorno nella suggestiva città di Firenze presso la pensione “Bartolini”, in una camera con vista sull’Arno. Purtroppo, però, la stanza che viene assegnata alle due donne non si affaccia sul fiume né sul Ponte Vecchio e da questo spiacevole inconveniente inizia la storia di Lucy. Il viaggio di Lucy a Firenze non è che il pretesto per narrare qualcosa di ben più significativo: il viaggio dentro se stessa di una ragazza inesperta, una ragazza che a Firenze troverà la propria strada, scoprendo che c'è un'alternativa giocosa all'ossessivo puritanesimo in voga nel suo paese.

 

Chissà, forse io mi ero immedesimata in Lucy, in quel personaggio appassionato, ingenuo e a tratti capriccioso che a Firenze vive una storia d’amore tenera ma al tempo stesso sensuale, ben diversa da quella a cui era destinata con il noiosissimo e rigido fidanzato Cecil, interpretato da un bravissimo Daniel Day Lewis.

 

Oggi sono tornata a Firenze per raccontare la storia di due artigiani e mi piace cogliere ancora un parallelismo con lo scrittore Edward Morgan Forster prendendo in prestito le sue parole:

 

“L'artista non è un muratore, ma un cavaliere, al quale tocca d'afferrare Pegaso d'un colpo, e non di prepararsi a lui montando puledri più docili. È un lavoro duro, violento, generalmente antipatico, ma non è sgobboneria. Perché la sgobboneria non è arte, né può portare ad essa”.

 

Gli artigiani fiorentini che ho avuto modo di conoscere sono esattamente come Forster li ha descritti, non dei meri esecutori ma degli artisti dotati di grande sensibilità che lavorano con le mani, con la testa e soprattutto con il cuore. Il loro lavoro si svolge spesso in solitudine, un lavoro che richiede precisione, minuzia e tanta esperienza alle spalle.

 

Renato Olivastri è un intarsiatore e restauratore di mobili antichi. La sua bottega si trova “Diladdarno”, a due passi da Palazzo Pitti, nel quartiere di Santo Spirito, un quartiere dove l’arte e la vita non hanno mai smesso di parlare. Renato l’ha rilevata dal suo maestro, da cui ha imparato questo mestiere oltre 30 anni fa, dopo aver frequentato l’Istituto fiorentino per l’Arte e il Restauro “Palazzo Spinelli” dove oggi, tra l’altro, insegna. Renato si occupa di restauro di mobili antichi e intarsiati, ma anche di cornici, candelieri, statue policrome e dipinti su tavola.

 

Altra specialità della bottega è il restauro del mobile Boulle che può essere considerato il mobile intarsiato per eccellenza, un mobile nato in Francia alla fine del 1600, in cui i legni vengono sostituiti da materiali diversi, principalmente ottone e tartaruga, ma anche rame, peltro e argento. La tecnica utilizzata è quella del foro-controforo: lamine di ottone vengono sovrapposte a lamine di tartaruga, opportunamente trattata. Viene eseguito il taglio a traforo seguendo il contorno di elaborati disegni. Dal lavoro ottenuto si ottengono delle sagome e contro-sagome che danno luogo a due tarsie, il positivo e il negativo. Il mobile viene infine esaltato con l’applicazione di bronzi dorati e finemente cesellati. Dei veri e propri gioielli insomma.

 

Renato lavora principalmente su commissione per privati, antiquari, laboratori artigiani e Sovrintendenze per i beni culturali.

Grazie a Italian Stories, Renato ha deciso di aprire le porte e i segreti del suo laboratorio non solo ai cultori della materia ma anche ai turisti o, semplicemente, ai curiosi che vogliano cimentarsi in un’esperienza unica ed esclusiva.

 

 

 

Please reload